Ognuno di noi ha una classifica di fastidi/disturbi. Possono essere piccoli piccoli e subito li dimentichiamo: un semaforo giallo che diventa immediatamente rosso, un autobus che non prendiamo per un pelo. Gli diamo un primo livello. Poi ci sono più piccoli fastidi che sommati formano un livello due. Quando sembra ci vadano diverse cose storte. (La perdita di un treno è un discorso a parte, come direbbe Lucarelli “è un’altra storia”, che preferisco non affrontare. Comunque livello sopra il cinque abbondante)
Ma quando cominciamo a fare caso alle cose che ci vanno dritte o al fatto che basta che noi ci muoviamo un po’ dalla nostra zona conosciuta, anche solo per fare un sorriso a una persona sconosciuta, allora possiamo renderci conto che tutto dipende da noi. Dipende dal nostro approccio alle cose, alle situazioni, alle persone, ai rapporti.
Sto leggendo un libro “Ogni giorno è un buon giorno” (Quindici gioie che il tè mi ha insegnato) di Morishita Noriko. Nelle ultime righe che ho letto il senso era questo: non c’è un brutto tempo, non c’è una stagione cattiva. Anche se piove a dirotto dobbiamo ascoltare la pioggia. E’ quel momento. Non c’è il troppo caldo: è la temperatura di quella estate. Non c’è un brutto autunno: è quello. E considerato che non avremo una pioggia uguale, un caldo uguale, una primavera come un’altra, direi di onorarli perché ci sono dati. Per quello che riguarda il caldo di questa estate, io mi soffermavo più volte a pensare che il mio corpo, la mia pelle aveva modo di buttare fuori tante tossine e io di bere tantissima acqua, che per fortuna ho a disposizione in abbondanza.
L’altro giorno ho avuto la fortuna di scrivere dentro la Sala Borsa, la biblioteca comunale di Bologna che sta in un palazzo bellissimo praticamente in piazza Maggiore, anzi in piazza del Nettuno. C’era tanta gente. Pur essendo un posto non proprio silenzioso, sono riuscita a concentrarmi, forse non continuamente ma abbastanza. Mancava solo una bibita ghiacciata.
L’ultimo film che ho visto è Perfect days di Wim Wenders. Ero in compagnia, tra gli altri, di un amico che alla fine del primo tempo mi ha confessato che credeva fosse un altro film (Past lives).
ATTENZIONE: chi non ha visto il film e vuole andarci, si fermi qui perché dopo parlerò della trama del film. La cosa migliore che si può fare dopo aver visto un film è consigliarlo. Forse anche se non ci è piaciuto: non tutti sentiamo allo stesso modo.
Si svolge in Giappone, precisamente a Tokyo, perciò ho fatto il collegamento. In questo film si può apprezzare una vita semplice, l’amore di fare con cura il proprio lavoro senza ritenerlo umile, perché è importante come tutti. Hirayama, il protagonista, fa la pausa pranzo in un parco sotto alberi stupendi e una foto quotidiana alle chiome da sotto, con una macchina analogica e in b/n. Cura le piante annaffiandole con lo spruzzino ogni mattina appena alzato. Adotta una piantina notata sotto un grande albero, forse un acero, in un parco, dopo aver chiesto l’autorizzazione al monaco del tempio. E’ appassionato di lettura e un libro lo accompagna prima di dormire. Ascolta la musica americana degli anni ’70. Perfect day è una canzone di Lou Reed dove sì, si può sentire una fresca, tersa felicità: quella delle piccole cose fatte con cura, giorno dopo giorno. Riceve la visita della nipote che gli è tanto simile, mentre la madre, sua sorella, è così diversa da lui. Con la nipote ride, si diverte, si rilassa. Parla poco, Hirayama, e questo film, così lento ma tanto simbolico, mi ha stupito nel non annoiarmi affatto. Dà una pace e più di una speranza: cioè la nostra vita può essere così. Semplice e libera. Hirayama possiede poco: non ha lavatrice, non ha posto dove lavarsi. Usa le lavanderie a gettoni e i bagni pubblici. La musica la ascolta nel mangianastri del furgone dalle musicassette.
Noi abbiamo la perfezione in ogni momento. I nostri giorni sono perfetti. C’è tutto. Abbiamo il modo di poter apprezzare tutto? Apprezzare non significa per forza accettare qualsiasi cosa. Si può anche apprezzare un fastidio perché ci dà modo di cercare di cambiare qualcosa. Possiamo sopportare fastidi o disturbi piccoli, ad esempio, ma se aumentano o se sono prolungati nel tempo, può scattare la voglia e la spinta per un cambiamento.
Nelle lezioni di meditazione che seguii tempo fa, nelle prime, mi colpì che il maestro ci dicesse di ascoltare il fastidio che ci poteva venire nella posizione, se era un piccolo fastidio. Di non arrivare subito a grattarci o a cambiare la posizione. Di accoglierlo e vedere se pian piano diminuiva e spariva. Il “fastidio” ci cambia. L’essere presenti in ogni momento. Dire di fare meditazione, ci diceva il maestro, è strano perché è nel fare. “Adesso mi metto a fare meditazione” è una cosa strana, perché è fare con presenza. Mentre giro il cucchiaio di legno nella pentola per cucinare se lo faccio con presenza, con attenzione, sto meditando. Ferma il più possibile immobile, medito certo, seguo il mio respiro, sento il dintorno, i rumori (mi ricordo quelli di un appartamento a fianco della palestra una sera). Sono. Sono e mi annullo, mi estendo, parte di ogni cosa, parte del tutto. Forse ho cercato di esemplificare troppo, forse non ho spiegato nulla. E’ che in realtà non c’è niente da spiegare.
E’. Esiste. Vita.
Se non ti ho incasinato troppo oppure proprio per questo, ci vediamo un’altra volta qui, per proseguire ovunque ci porterà questo viaggio insieme.
A presto! Non pensarci troppo su.. pensare fa male..